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Di recente e per mia non
precedente conoscenza dello stesso, ho avuto modo di leggere alcuni stralci fotocopiati
dell'interessante libro "Memorie di casa nostra" di Antonio Iannetta, edito nel 1974 e relativo alle
origini ed alla storia di Viticuso, Acquafondata e Casalcassinese. Personalmente l'ho trovato
interessante fonte imprescindibile di notizie e di ricchezza storico - culturali per chi voglia meglio
conoscere questo meraviglioso lembo di territorio, ai margini estremi della Provincia di
Frosinone ed ai confini con il Molise, oltre che ricco di spunti per ulteriori approfondimenti. A colpirmi, soprattutto, sono state alcune notizie, riportate in nota (la n. 12 di pag. 86), relative ad ipotetici insediamenti sannitici in territorio viticusano e, quindi, ai nomi di alcune località del
circondario, come ad esempio Trasàrce (o Trasàrcia), Fuori e lo stesso Monte
Carvello,
riecheggianti altrettanti nomi con radici greche e latine. La cosa mi ha spinto a condurre accurate indagini e ricerche, sia sul campo, avendo come preziosa guida
locale, il giovane Pietro Neri, che attraverso relativa documentazione, che potessero farmi giungere ad una definizione di più precise notizie che
comprovassero possibili presenze ed origini sannitiche del territorio
viticusano.
Non c'è dubbio, intanto, che il lago Vitecusum e le zone
circostanti si trovassero proprio sulla direttrice di piste sannitiche che, partendo dalle città sannite di Venafrum e della probabile Cesennia (in territorio di Radicosa di San Vittore del Lazio, così come ipotizzato da Attilio Coletta in "Centri fortificati del Lazio Meridionale", Atina 1998), si dirigevano verso nord per
raggiungere l'altra fortezza sannitica di Aquilonia (Cardito-Cerasuolo) e quella di
Aufidena, quest'ultima alle spalle del massiccio montuoso delle Mainarde e più precisamente nel fondovalle abruzzese del valico fra Monte Mare (m.2020) e Monte Cavallo (m. 2039), omonimo di quello più basso (m. 1007) e più vicino a
Viticuso. Poi, non proprio stranamente, si ripete, su quel percorso e per ben due volte, un nome molto familiare che ci
riporta, indietro nel tempo, al terzo secolo avanti Cristo, epoca delle ultime lotte fra Romani e Sanniti: Monte Carvello (m.1142), di poco ad ovest di
Viticuso, sul massiccio montuoso
comprendente anche il Colle Aquilone e la sua cima più alta di Monte Maio e, all'altezza
dell'attuale bivio della provinciale proveniente da Vallerotonda, che a quel punto, a quota 794, volta a sinistra per Cardito ed a destra per
Acquafondata-Viticuso, il costone boscoso da sempre chiamato (e solo in dialetto locale), gliù
carvièglie. Fatto è che uno dei due consoli romani che, prima nel 293 a.C. e poi nel 272 a.C., condussero sanguinose e vittoriose battaglie contro i Sanniti di Aquilonia e
Cominium, prima, e contro la successiva ribellione sannitica al tempo dell'invasione dell'Italia Meridionale da parte di Pirro, re dell'Epiro, dopo, si chiamava proprio Carvilio e, più esattamente, Spurio Carvilio Massimo. Evidente l'assonanza del nomen Carvilius con i toponimi Carvello e
carvièglie. Proprio da quelle parti dovette molto probabilmente passare, dunque, il console Carvilio con le sue legioni, incontrandovi resistenze sannite. La tradizione orale fece il resto, conservandone il nome,
mutandolo di poco e tramandandocelo nelle due versioni di cui sopra. Cosa era successo?
Nel 280 a.C. l'Italia Meridionale, su invito dei Tarentini, fu invasa da un esercito d'oltre mare: era quello guidato dal re dell'Epiro, Pirro. A lui si affiancarono molti dei popoli del centro-sud della Penisola e, fra questi i Sanniti, che da circa dieci anni, ormai, mal sopportavano il dominio che Roma aveva imposto su di loro. Dopo la sconfitta di Benevento del 275 a.C., però, Pirro lasciò l'Italia ma i Sanniti ed altri popoli meridionali continuarono la loro lotta contro Roma. Nel 272 a.C., anno in cui l'antica Casinum diveniva
Praefectura romana, i romani rielessero consoli gli eroi della 3° Guerra Sannitica: Papirio Cursore e Spurio
Carvilio. Il primo si
diresse contro i Bruzi ed i Lucani delle odierne Calabria e Basilicata, mentre il secondo,
Carvilio, vero eroe di questa fase della guerra e della vittoria finale, passò da una vittoria all'altra contro le tribù sannite dei Pentri e dei
Caraceni, che occupavano gli attuali territori di Cardito, Cerasuolo, Venafro,
Isernia, del Matese e della valle del Sangro.
A tal proposito, E. T. Salmon, massimo studioso della civiltà e della storia dei Sanniti, scrive (Il Sannio e i Sanniti, Cambridge 1967, pag. 302): "Con la stessa metodicità impiegata nelle fasi conclusive della terza guerra sannitica, i Romani annientarono le tribù sannite, una dopo l'altra. Ci volle del tempo, trattandosi di una regione poco urbanizzata, in cui scarseggiavano i centri in grado di costituire obiettivi strategici di una qualche
importanza". Sembra la descrizione di quei territori desolati e montani che dovevano corrispondere proprio al territorio sopra descritto, soprattutto sul versante di Viticuso e Conca Casale.
Carvilio, dunque, riportò numerose vittorie consecutive, fino a conquistare Aesernia e
Venafrum, anche quest'ultima destinata, qualche anno dopo (269 a.C.), a diventare sede di Praefectura romana. Terreno di scontro con i Sanniti fu proprio la regione montuosa fra
Cardito, Vallerotonda, Acquafondata, Viticuso, Conca Casale e, quindi Venafro. Di Monte
Carvello, sui cui primi balzi probabilmente sorgeva una fortificazione sannitica, sulle cui rovine i benedettini
costruirono nel 1003 il loro castello, al cui posto oggi si erge la chiesa di S. Antonino, e del così detto
carvièglie, fra Cardito ed Acquafondata, luogo di assai probabile scontro fra romani e residue resistenze sannitiche, abbiamo già detto. Circa il territorio
viticusano, soprattutto ai confini con quello di Conca Casale, resta invece ancora da dire molto.
Proprio da quelle parti, due località portano nomi molto indicativi: il borgo abbandonato e disabitato di Fuori, in Comune di Viticuso e da cui dista non più di 4 chilometri e la variegata valle di Trasàrce (o
Trasàrcia), in Comune di Conca Casale, ma ad appena un chilometro e mezzo da Fuori. Circa questi due toponimi, abbiamo cercato di studiarne le probabili derivazioni e risalirne ai significati originari.
Trasarce ha una radice molto simile all'aggettivo femminile greco thràseia o
thràsia, il cui significato stà per "coraggiosa", mentre la sua desinenza in - arce non è altro che l'italianizzazione del termine latino
àrx, cioè "cittadella fortificata o fortezza".
Thràsia àrx stava dunque per "fortezza coraggiosa", divenuta, nel tempo,
Tràsiarx, Trasiarce e quindi Trasarce o Trasarcia, come qui in molti la
chiamano. E' una località campestre molto vasta, contornata da un fitto sistema collinare che raggiunge i 1000 metri di altitudine e che, probabilmente, fu fortificata dai Sanniti, nel 272 a.C., con le loro tipiche mura poligonali, come quelle possenti ed assai note di Monte Santa Croce, che si erge proprio in quella valle e non molto distante da Conca Casale e da
Venafro, a difesa della gola di passaggio dalla valle di Cominium e quindi attraverso il territorio del lago Vitecusum proprio verso
Venafrum.
Più controversa, invece, l'origine dell'altro toponimo Fuori.
Da un lato la sua derivazione potrebbe essere latina : fòrum significava piazza o consimili, come d'altronde il derivato dialettale fòre stà per "fuori" e quindi per "luogo all'aperto", ma significava anche "borgo". Basti pensare al nome Forum vetus (borgo antico) che i popoli
sabellici, e fra essi i Sanniti, davano all'antica Casinum (Marco Terenzio
Varrone: De Lingua Latina, I sec. a.C.).
D'altra parte, però, ci sembra più plausibile, data la posizione esterna e
lontana della località Fuori rispetto al centro abitato di Viticuso, pensare che Fuori stesse per "fuori
Viticuso": un piccolo
villaggio ben messo ma oggi disabitato, con bei resti di ville settecentesche di campagna.
Tornando alla prima ipotesi, potrebbe trattarsi, invece, di una piccola colonia romana dedottavi nel 272 a.C. dal console
Carvilio, dopo la distruzione di Thràsiarx, ultimo baluardo sannitico a difesa della vicina
Venafrum, sui cui resti, successivamente, furono adattate o costruite proprio quelle residenze di campagna
settecentesche, ancora ben conservate, anche se abbandonate e deserte.
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Benedetto Di Mambro
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