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Grazie alla collezione esposta è
possibile documentare tutte le fasi di
lavorazione seguite nella bottega.
Si comincia con i disegni
preparatori per la realizzazione di mandole,
mandolini e chitarre, con annotazioni autografe
dei liutai, risalenti alla fine dell’Ottocento
e ai primi decenni del Novecento, ed esposti
accanto al marchio di fabbrica e al timbro a
caldo che veniva apposto sul manico dello strumento.
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Particolarmente ampia la serie
delle forme, che servivano a fabbricare le casse
armoniche o “gusci”. Alcune di queste
corrispondono a strumenti ormai divenuti
rarissimi : oltre alle forme per i mandolini, infatti, si annoverano forme per il
terzino, per la mandoliola, il mandoloncello e
il mandolbasso. (foto
a lato) |
Osservando le forme è possibile
comprendere come la liuteria per strumenti a
“guscio” differisca, dal punto di vista tecnico, dalla liuteria per gli altri strumenti
a corda. Nel primo caso, infatti, l’abilità
del liutaio si manifestava nella capacità di
fondere in maniera pressoché perfetta il guscio
con il manico dello strumento, attraverso un
paziente lavoro di raccordo tra le estremità
delle doghe che formavano appunto la cassa.
Nella costruzione degli altri strumenti a corda, invece, la cassa, composta da
fondo, piano
armonico e fasce, veniva realizzata con
l’ausilio di forme e controforme (dette
“maschio” e “femmina”).
Un nutrito
gruppo di queste forme, impiegate per fabbricare
chitarre, violini, mandolcetre e persino ukulele
(o chitarra hawaiana, particolarmente in voga
tra gli anni Venti e i Quaranta) integra la
raccolta.
(foto a lato)
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Dalla forma, quindi, si passa alla
cassa grezza : si possono osservare casse
armoniche fabbricate in numerose varianti, per
tutti gli strumenti a plettro (foto
1). Alcune
casse corrispondono a strumenti particolari,
commissionati per specifiche esigenze dei
committenti.
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Ai lati di un bancone da
lavoro girevole (foto
a lato) erano inserite le forme, e su di esse il “cassista”
(l’operaio specializzato nella costruzione
delle casse armoniche) incollava le sottilissime
fasce in acero o palissandro, dello spessore di
pochi millimetri, alternandole alle filettature
in legno o in metallo. |
La scelta e la
stagionatura del legno costituivano due momenti
preliminari essenziali, poiché la qualità
della materia prima condiziona la sonorità e il
timbro del prodotto finito. Le fasce, o doghe,
che nei modelli più accurati non raggiungevano
i 2 mm di spessore, erano leggermente curve da
un lato (forma detta “a mezza foglia di
olivo”).
La forma del mandolino veniva
innanzitutto ricoperta di grasso animale, per
impedire che la cassa in costruzione vi si attaccasse. Successivamente le doghe, piegate a
caldo, venivano applicate partendo dal centro
della forma, affiancandole l’una
all’altra. Perché la colla facesse presa si
applicavano temporaneamente degli anelli di ferro, in modo che le stecche appena incollate
rimanessero sotto pressione. Il bancone girevole
permetteva di non interrompere la lavorazione.
Una volta completato l’esterno
del guscio, si provvedeva ad incollarvi
all’interno, in senso orizzontale, una serie
di sdruccioli di legno (i “ricci”), per
rendere più omogeneo il tutto. Per conservare
l’incollatura delle stecche durante questo
procedimento di “impiallacciatura”
dell’interno, si applicavano sul guscio delle
pezze di stoffa, poste trasversalmente.
Un piccolo ma interessante
capitolo di archeologia industriale è
rappresentato dai macchinari, spesso concepiti
ed adattati dai liutai stessi in base alle
esigenze della lavorazione.
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Ecco dunque un
tornio a pedale (foto
2) e una trafila (foto
a lato) per
laminare i fili metallici (generalmente in
alpacca), che servivano a realizzare i tasti
degli strumenti. La tastiera dei
mandolini veniva intaccata con estrema
precisione grazie ad una sega dotata di
crimagliera, (foto
3).
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Una volta montato il
manico,
composto da un’anima di pioppo e da una
tastiera in ebano per gli strumenti più pregiati, in legno di pero per gli altri
modelli, un’attenzione particolare veniva
rivolta alla decorazione del mandolino, eseguita
con materiali preziosi : tartaruga, madreperla, osso, ma anche celluloide, venivano
impiegati per realizzare fregi ed ornamenti sui battipenna, sulle tastiere, sulle palette e
attorno ai fori di risonanza. Le meccaniche, in metallo (generalmente in
argento) erano realizzate su
brevetto esclusivo, che garantiva la durata
dell’accordatura.
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Anche
le corde armoniche ed i copricorda erano
fabbricati su brevetto Embergher. Si possono
vedere alcuni campioni di corde in ottone e la
pressa con cui venivano realizzati i copricorda
in acciaio. Una collezione di attrezzi
speciali per liuteria documentano la
straordinaria abilità dei nostri liutai :
alesatoi, raspe, sgorbie, calibri, lame,
piallette, morsetti per sgrossare, incollare e
rifinire mandolini, violini, chitarre. |
Un mandolino da studio, uno da
orchestra (mod. 2) e due da concerto (mod. 5 e 5
bis) permettono di apprezzare quale fosse il
livello di perfezione formale ed armonica
raggiunto dai prodotti della bottega
Embergher-Cerrone.
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Assieme al mandolino, anche la
chitarra e il violino hanno rappresentato una
parte significativa della produzione : è
possibile osservare chitarre da studio e da
concerto in lavorazione, e violini
in 3/4 realizzati da Cerrone su modello
Stradivari. |

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Insieme a
questi, è
conservato anche un violino di scuola napoletana
del 1772.
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