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E' un pomeriggio d'autunno, sulla collina che sovrasta Supino il silenzio è interrotto soltanto da qualche latrato di cani. Da sopra la chiesa di San Nicola, sulle colline verde chiaro e gialle, color dell'autunno il panorama è suggestivo: a sinistra, i rilievi dei Monti Lepini dall'aspetto scuro e severo, in basso, il borgo, in gran parte ancora medievale, più giù la Valle del Sacco, con le sue industrie, i suoi cantieri, e le sue arterie di comunicazione. Sopra di me, invece, i residui di quella che fu una cittadella fortificata dei Conti di Supino, e poi, a partire dal 1503, dei Colonna. Da qui partì, nel 1303 Rinaldo da Supino, per unirsi a Sciarra Colonna e al legato del re di Francia, Guglielmo di Nogaret, nel tentativo di arrestare il Papa Bonifacio VIII ad Anagni (dove si verificò il famoso ma storicamente incerto episodio dello "schiaffo").
Al di là delle origini lontane nel tempo e alquanto nebulose (si vuole che discendano dai Conti di Tuscolo), nei secoli successivi al Mille l'espansione dei Colonna fu continua, in tutta l'area dei Monti Prenestini, della Valle del Sacco e dei monti Ernici e
Lepini. In quei secoli la casata era senza dubbio la più potente tra le famiglie romane. Guerreggiava con i Papi, stringeva alleanze con re e imperatori, proteggeva l'ordine francescano.
Bonifacio VIII era un Papa della famiglia dei Caetani, anch'essa proprietaria di feudi in Ciociaria. Prepotente e accentratore, sostenitore di un primato papale ormai anacronistico, egli tentò di estirpare la robusta pianta dei Colonna. Nel 1298 aveva fatto distruggere Palestrina, allora centro della loro potenza. Ma anche se i congiurati non riuscirono ad arrestare il Papa per l'opposizione del popolo di Anagni, l'alleanza con il re di Francia contro Bonifacio alla fine fu vittoriosa.
Oggi Sgurgola, dove sembra che si dice che si siano riuniti i congiurati prima di partire alla volta della vicina Anagni, è, non diversamente da Supino, un borgo dall'aspetto pittoresco ma piuttosto dimesso, in cima al quale si trovano solo gli avanzi della rocca dei Colonna. Ma sette secoli fa, nella piazza centrale del paese, un po' più a valle, il vulcanico Sciarra Colonna incitava le folle alla ribellione contro il Papa, in piedi su un masso a cui per questo venne dato in seguito il nome di pietra rea.
Nel Trecento, la Campagna Romana si ridusse ad un continuo campo di battaglia tra opposte fazioni nobiliari in guerra tra loro per il dominio sull'Urbe, abbandonata dai Papi che la sentivano malsicura. I Colonna si schierarono con decisione contro i pontefici espressi dalla monarchia francese, e nel secolo successivo la loro potenza si accrebbe con l'acquisizione di nuovi feudi (tra cui ricordiamo Serrone), anche per l'accesso al soglio pontificio di Ottone Colonna con il nome di Martino V. Anche nel Cinquecento, quando ormai erano diventati potentissimi, e i loro possedimenti tra la Campagna Romana e il Regno di Napoli erano giunti al numero di quarantaquattro, i Colonna continuarono a guerreggiare con le famiglie che detenevano il pontificato. Prima contro Sisto IV, tanto che Girolamo Riario, nipote del Papa, assediò Paliano (senza però riuscire ad espugnarla), poi contro Alessandro VI Borgia.
Nel Quattrocento, dai villaggi fortificati dei monti Ernici, d'inverno imbiancati dalla neve, Paliano, Serrone, Piglio, i Colonna dominavano la Valle del Sacco. Dalle loro fortezze si avvistavano i nemici: era accaduto in epoca precedente per Cola di Rienzo, che venne a dare l'assalto alla rocca del Piglio (poi passata agli Orsini), e accadde con le truppe inviate dal Papa Paolo IV, che diede l'assalto alla stessa rocca di Paliano e privò per qualche tempo i Colonna dei loro possedimenti elevando Paliano a principato, e concedendolo a suo nipote Giovanni Carafa. Gli Orsini, suoi alleati, si impossessarono delle rocche di Serrone e del Piglio.
Ma Marcantonio Colonna, unitosi al duca d'Alba, organizzò la controffensiva con la "Guerra della Campagna". Tuttavia, solo dopo la morte di Paolo IV i Colonna tornarono in possesso di Paliano, e si vendicarono facendo decapitare a Tor di Nona, a Roma, Giovanni Carafa. Marcantonio fu l'ultimo grande Colonna: luogotenente della Lega Cristiana, per condusse alla vittoria contro i turchi a Lepanto, nel 1571. Una vittoria che però costò cara ai Colonna, che per essa si erano indebitati ingentemente, e che dovevano misurarsi (non più con le armi) con altre rampanti famiglie nobili che si erano insediate a Roma. Nel 1622 i Colonna dovettero vendere i possedimenti della Colonna e di Zagarolo, e nel 1630 dovettero cedere Palestrina alla famiglia Barberini.
Marcantonio ha lasciato il Palazzo Colonna a Paliano, che, con il suo aspetto austero, è oggi l'unico esempio di palazzo signorile lasciato dalla famiglia nei monti Ernici e Lepini. Infatti, nella geografia monumentale della Ciociaria le città più grandi, con più splendore di monumenti, sono quelle che erano sottoposte al dominio della Santa Sede: Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli, oltre ai complessi abbaziali ad esse limitrofi. Restano, a testimonianza della gloria dei Colonna, le fortezze, per lo più diroccate, in borghi di dimensioni modeste e di aspetto dimesso. Eppure, i Colonna avrebbero potuto fondare un autonomo principato, similmente a quando fecero altre famiglia in altre parti d'Italia.
Un paesano supinese di mezza età mi ha detto che quando era bambino andava a giocare sulla rocca, nella cui parte più alta è stata piantata una croce. Poi, nel 1965, si staccarono dei massi che finirono a ridosso del centro abitato, cosicché si provvide a costruire dei contrafforti (viene chiamata la rava 'ncatenata). Ma questo smottamento a indotto a risparmiare la rocca dal disboscamento. A Supino comincia ad alzarsi il vento della sera: scendo dalla collina, e prima che cali il buio ho una visione più completa della rocca: dal folto del bosco, emergono qua e là dei resti di mura e di torri di avvistamento. La montagna, con questi resti di una potenza ormai svanita, sovrasta per fascino, oltre che per altezza, il Santuario di San Cataldo più a valle. Il bosco e la nebbia proteggono le tracce della gloria passata.
Luca Ceccarelli
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