All’inizio della loro storia i romani utilizzavano un calendario basato sui cicli lunari e costituito di dieci mesi. Ogni mese era diviso in tre parti che rispecchiavano le fasi lunari: dalle KALENDAE alle NONAE  (novilunio-primo quarto), dalle NONAE alle EIDVS (primo quarto-plenilunio) e dalle EIDVS alle nuove KALENDAE (plenilunio-novilunio).

Alle KALENDAE il REX SACRORUM convocava (KALABAT) l’assemblea cittadina dando l’indicazione dei giorni in cui sarebbero cadute le NONAE e le EIDVS. Il capodanno cadeva il 1°  marzo e i mesi di luglio e agosto si chiamavano, rispettivamente, Quintile e Sestile. Durante il periodo regio vennero aggiunti i mesi di gennaio e febbraio.

Successivamente, con l’avvento della repubblica, il capodanno di marzo coincise con l’entrata in carica dei consoli. Dal 222 a.C. in poi, tale data fu spostata al 15 di marzo e solo dal 153 a.C. i consoli iniziarono la loro magistratura dal 1° gennaio, giorno a cui faceva riferimento un altro capodanno che celebrava con IANUARIUS la divinità protettrice di ogni inizio.

Il calendario romano fu tuttavia sempre soggetto a continue, periodiche intercalazioni di giorni che tentavano di rimediare all’imprecisione dei conteggi, cercando altresì di far coincidere l’antico calendario lunare con quello solare, più pratico. 

La riforma definitiva avvenne con Giulio Cesare, coadiuvato dal matematico egiziano Sosigene, il quale nel 46 a.C. riformò il calendario stabilendo la durata dell’anno in 365 giorni con l’intercalazione di un giorno ogni quattro anni (anno bisestile) e svincolando la sequenza “CALENDE-NONE-IDI” dalle fasi lunari.

Pier Giorgio Monti

 

Museo di Fregellae

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Il calendario romano 
 
Foto Museo Archeologico di Fregellae - Ceprano
 

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