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Ancora sui musei ... questa volta quelli attivi!!! nella Ciociaria frusinate.
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Ancora sui musei ... questa volta quelli attivi!!! nella Ciociaria frusinate.
E’ perfino sciocco ribadirlo ma le istituzioni museali fruibili e fruite in ogni luogo si innestano e incentrano su premesse e valori che a priori erano presenti nella mente e nella personalità di coloro che vi hanno creduto e ne hanno capito il significato, altrimenti niente arte. Cagliari per esempio, la gloriosa, che ha quattordici di tali istituzioni, è stata oggetto pochi anni addietro di una donazione da parte di un mecenate collezionista,  ciociaro  di Lenola e, colmo della nemesi, allievo e confidente di Alberto Bragaglia, di quasi cinquecento tra quadri sculture e altro.
Basti pensare: 34 Maccari, 32 Boccioni, diversi Morandi e  241 lettere scambiate con l’artista,  poi tutti i grandi novecentisti tra cui  Soffici, Severini, Campigli e anche due sculture di Amleto Cataldi e di Ernesto Biondi. La amministrazione comunale, consapevole e conscia, fece immediatamente restaurare -senza piangimenti e lagnistei-  un antico maestoso edificio adibito a polveriera  e vi  ha albergato questa collezione aperta al pubblico  tre o quattro anni fa, il che di un colpo ha innalzato Cagliari al livello delle tre o quattro città italiane più significative per la loro qualità museale del Novecento Italiano. 

Se la cosa fosse accaduta a Frosinone  si può essere certi che sarebbe successo quanto avvenne  a Campobasso una quindicina di anni fa allorché un collezionista romano di origini molisane decise di donare circa 150 quadri del Seicento  alla sua terra di origine: furono talmente abili e intelligenti e soprattutto sensibili e consapevoli, i cosiddetti amministratori dell’epoca  -qualcuno amministra ancora!-  che il collezionista  restò così disgustato e offeso da tanta crapulosa criminale ignoranza e ottenebrazione mentale, che si tirò indietro e oggi sappiamo che 26 quadri li scelse, direttamente nella casa del collezionista, un esperto del Louvre appositamente inviato a Roma e oggi effettivamente esposti  in una sala del prestigioso Museo parigino dedicata solo al mecenate (un privilegio riservato fino adesso, dopo tre secoli, esclusivamente a sei-sette grandi personaggi francesi!), una parte andò alla Galleria Naz. d'Arte Antica di Roma e il grosso, 126 opere, fanno oggi bella mostra  al Palazzo Chigi di Ariccia. Grazie a tale nobile gesto la capitale molisana, dall’ultimo posto o quasi che gloriosamente detiene con la provincia di Frosinone nella graduatoria dei capoluoghi italiani più arretrati, sarebbe potuta balzare tra i primi in Italia! Ma come si può capire un oggetto d’arte se si ha contatto e relazione privilegiati e esclusivi solo con cemento armato e asfalto e qualche provoletta?
Ma non parliamo di quello che non è.
L’unica vera luce che continua ad essere accesa ed a illuminare questa terra e non solo questa, è il museo artistico di Montecassino gestito e amministrato efficientemente dai monaci. E’ il vero museo inteso in senso proprio dove sono offerti alla ammirazione e osservazione e anche allo studio del visitatore una vasta gamma di reperti: argenteria e oreficeria antica di altissimo significato e varietà, pinacoteca in prevalenza riferita al monachesimo benedettino continuamente accresciuta, reperti archeologici legati all’Abbazia e a testimonianze della ultima distruzione, stampe e disegni, libri e manoscritti antichi di altissimo pregio, paramenti sacri e tessuti di rara qualità cioè un compendio artistico del quale non è molto facile rinvenire l’eguale. Il luogo ideale, poiché quasi onnicomprensivo e esaustivo, al fine di offrire al visitatore discente la gamma ideale della conoscenza e della informazione.
Altra istituzione efficiente e funzionale pur se limitata in prevalenza all’archeologia e ai reperti locali e alle opere pittoriche del compendio monumentale, è il museo di Casamari di Veroli  gestito dai monaci cistercensi dell’Abbazia.
Pur se operando in contesti territorialmente limitati ma gestiti, stando ai fatti, in maniera professionale e anche manageriale, certamente con sforzo ed impegno considerata la situazione generale, sono il museo di Aquino e quello preistorico di Pofi i quali evidenziano anche la caratteristica, assieme a Sora, di essere gli unici delle circa 39 cosiddette istituzioni museali della provincia, ad essere presenti nell’elenco telefonico, quindi i soli a essere in grado di capirne appieno il significato e la valenza. Già questo apparentemente modesto dettaglio aiuta a comprendere i contesti che portano alla gestione di un ‘museo’ in provincia.

Ma quello che considero il più attivo e più costante e deciso nella sua intensa e variegata attività di iniziative connesse, è il museo archeologico di Atina che, in effetti, è più che solo reperti: già la quasi completa serie numismatica di monetazione repubblicana romana fatta a suo tempo battere da atinati eminenti di Roma esposta nel museo (e dono di un mecenate locale, fauna rarissima in provincia) nonché il celebre mosaico del guerriero sannita mai abbastanza promosso,  rendono questo piccolo museo di Atina degno e meritevole della più grande attenzione. L’assenza dall’elenco telefonico diventa inspiegabile.
La struttura espositiva realizzata, invece, dal Comune di Sora, credo unica in provincia di siffatta qualità e impegno espositivo, meriterebbe e dai cittadini e dalla amministrazione una maggiore attenzione e un più adeguato impulso a rendersi conto che nei musei  -e questo di Sora parrebbe avere la volontà e l’impegno di esserlo- si espongono le opere d’arte e non i cocci pur significativi che si trovano sotto terra dovunque. E’ bello costatare gli sforzi costanti e coerenti che fanno le gestioni del museo della civiltà contadina di Pastena e di quello archeologico di Castro dè Volsci  e quello dell’erboristeria di Collepardo per imporsi e rendersi visibili. Si costata l’impegno di Alatri per il suo antico museo civico nello splendido Palazzo Gottifredo che non riesce a diventare una struttura normalmente vivibile e visitabile, che pur meriterebbe una qualità varia e superiore di reperti.

Tutto il resto in provincia si qualifica e connota o per l’impegno finanziario profuso per la realizzazione delle strutture fisiche  e per i risultati  visibili, anzi invisibili, tali che, come già detto, fanno rimpiangere la berlina di fausta memoria oppure eternamente chiusi oppure chiedere al Comune oppure come quello di Ceprano-Fregelle inaccessibile dal forestiero che volesse andarci in quanto senza collegamento telefonico né tanto meno in internet: attive sono solo le etichette e le targhe esterne nonché i bollettini trionfali delle istituzioni interessate. A conclusione di questo esame che non ha alcuna pretesa alla completezza e altresì alla perfezione,  concludiamo con due strutture realizzate, o quasi, a Villalatina e a Picinisco che mentre da un lato fanno pensare al Museo Guggenheim di Bilbao o al Beaubourg di Parigi per il notevole impegno e ammirevoli novità architettoniche, dall’altro canto danno la prova anzi la riprova scientifica di quanto qui da noi si sia fuori della realtà e del buon senso. Sensate si direbbe sono solo le cifre colossali spese. Il Museo della pastorizia di Picinisco, realizzato in una  frazione chiamata ’Antica’ con finanziamenti regionali e europei, sono almeno quindici anni che si trova in queste condizioni. E qui zittiamo. Questo di Villalatina è il museo della zampogna, anche questo realizzato nella parte vecchia della cittadina, ad Agnone, con abbondanza di soldi comunitari e regionali. Però è completo. Consta di due sale: una  è dotata di una ‘video-filmoteca, di una nastroteca, di una discoteca e di un laboratorio per attività musicali e artigianali’ e l’altra sala fornita di tre o quattro vetrine con cinque-sei zampogne; c’è l’ascensore che porta alle toilette.
Se i cittadini e le associazioni non si muovono, la provincia di Frosinone continuerà a restare ‘la terra dei morti’.
Michele Santulli


Museo della zampogna di Villalatina


Museo della Pastorizia di Picinisco


 

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