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Il Museo Nazionale della Emigrazione a Roma ignora la Ciociaria ...
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Nota a firma del prof. Michele Santulli avente per oggetto il da poco inaugurato Museo Nazionale della Emigrazione a Roma ... un ulteriore schiaffo alla identità ciociara ... dopo aver visitato il Museo, se ne esce fuori senza mai aver incontrato i Ciociari, la Ciociaria, il laziale, la Valcomino che pur sono emigrati a centinaia di migliaia per fame e miseria ....
Un’altra iniziativa a distruzione e a cancellazione della identità ciociara si sta  portando  a segno in questi giorni con l’avallo, questa volta, delle massime autorità della Repubblica, a partire dal Capo dello Stato e nella consueta e normale indifferenza e apatia dei cosiddetti amministratori della Ciociaria, a tutti i livelli. Cioè è stato aperto al pubblico -a Roma, complesso del Vittoriano-  ad opera di  alcuni organismi medesimi dello Stato Italiano una istituzione museale che si prefigge di ripercorrere le tappe e definire e circoscrivere, pur se solo dal 1870 circa, quella grande tragedia che fu la emigrazione degli Italiani all’estero: si rammenta che in  verità una seconda Italia è disseminata nelle varie  contrade della Terra. Qui non interessa come e in che modo è stata realizzata la iniziativa e con quale dispendio di soldi pubblici. 

Difficile a mandare giù è aver oscurato  quella pagina gloriosa dei modelli ciociari -anche essi emigrati per fame e miseria!- che però tutti i più grandi artisti europei dell’Ottocento hanno eternato quali  Manet, Corot, Matisse, perfino Picasso e Van Gogh e De Chirico e che solo i nostri valenti organizzatori hanno letteralmente ignorato e azzerato pur se sono stati essi, i modelli dunque, che non erano dieci o venti ma centinaia  perfino qualche migliaia, che in gran parte, tra l’altro, a partire dal 1860 circa, hanno costituito l’inizio della numerosissima colonia italiana oggi presente a Parigi e dintorni e a Londra. In mezzo ai trenta milioni di Italiani emigrati rappresentano, proprio i modelli d’artista ciociari, l’unica categoria che ha svolto un ruolo veramente professionale, un mestiere ben preciso e consolidato,  addirittura inventato da loro, noto e famoso, dando alla pagina emigratoria da loro rappresentata l’unica a lasciare tracce indelebili, onore e gloria, sia alla Ciociaria e sia all’Italia. Entrare nei Musei più grandi del pianeta e ammirarvi opere di grandi maestri per le quali hanno posato modelli e modelle ciociari è certamente prerogativa unica e sola dei  ciociari, qui invece azzerati e emarginati.

Ed è questa  la tragedia ciociara vera e propria, così tragica, si perdoni il bisticcio di parole, che diventa come spesso succede addirittura risibile e comica. E cioè in questo colossale e epico movimento di umanità che ha valicato le Alpi e i mari in mezzo a indicibili sofferenze, non vi è traccia del ciociaro!! I ciociari sono restati a casa, al comodo, secondo lo Stato Italiano. Non solo: il termine ciociaro o Ciociaria, non parliamo di Frosinone o di Valcomino, zero totale. Ma il bello è che nemmeno il termine laziale lo incontri mai nelle varie tabelle e annunci. Cioè, per semplificare, tutti gli italiani sono emigrati, in parte in Italia e in massima parte all’estero,  perfino, a loro dire, quelli delle Isole Eolie,[è proprio così!], quelli di Conegliano, di Gubbio, i Valdostani, sono emigrati addirittura quelli del liceo Telesio di Cosenza, ma nemmeno un ciociaro, e perfino  nemmeno un laziale! Cioè Charles Forte, Caterina Valente, Coluche, Jack Vettriano, Edoardo Paolozzi e mille altri sono apolidi, senza radici e senza patria, per lo Stato Italiano.

Eppure, si badi bene, solo per rispettare la storia, i Ciociari occupano uno dei primi posti, se non il primo assoluto fatte le dovute proporzioni, nella graduatoria degli emigrati italiani all’estero, per numero! In aggiunta sono stati proprio i ciociari i primi assoluti  ad abbandonare le proprie terre e le proprie case per fame e miseria,  iniziando  da quelli della Valcomino, sin dalla fine del 1700 ma non a livello di episodio sporadico bensì a livello di flussi patologici e traumatici, continui e costanti. Cioè ancora non si sa o si finge di non sapere che la emigrazione, quella oggetto della iniziativa in questione, cioè per intenderci quella per fame, per miseria, per esuberanza demografica, e non quella per ragioni politiche o religiose o artistiche o altro, è nata in Ciociaria e più, precisamente, in Valcomino. La primogenitura è qui che si trova. Quindi oscurare i ciociari è stato il massimo del dileggio, sia della storia e sia della realtà.

ciociara alla fonte disegno acquerellato di F. Grenier (1844)

E’ vero che il Museo si occupa programmaticamente della emigrazione italiana a partire all’incirca dal 1870 ma nella tabella che illustra quella preunitaria non è accettabile che si siano omesse delle contingenze storiche della massima pregnanza e, peraltro, le sole rilevanti e significative di tutto il movimento e cioè la ciociarizzazione di Roma nell’Ottocento, anche esso risultato storico della emigrazione ciociara, una pagina fondamentale della Storia d’Italia, nota a tutto il mondo salvo agli organizzatori del Museo.  Come pure nulla, nemmeno un cenno, di quel continuo e persistente esodo da Terra di Lavoro Settentrionale e cioè dalla Ciociaria meridionale, verso Terracina, verso Sezze, verso Velletri e in massima parte a Roma e nel latifondo romano, a partire dal 1770 circa. Non fatti episodici, ma flussi continui, patologici, permanenti. Degli avamposti  lucchesi,  liguri,  toscani pur se solamente episodi, si parla e ripetutamente, ma nulla e niente dei ciociari, i soli autentici pionieri, ma degli abruzzesi, molisani, campani, lucani si parla e come, giustamente.

Tra gli strumenti musicali presenti in mostra e molto decantati nei comunicati stampa, ci sono  l’organino a manovella o a cilindro e  l’organetto vero e proprio che per decenni e decenni rappresentarono la sola fonte di sussistenza per una parte dei poveri emigranti nelle vie del mondo ma l’aspetto imperdonabile anche scientificamente e non solo dunque storicamente, è che non vi è nessuna traccia del piffero e della zampogna per non citare l’arpa celeberrima degli intrepidi viggiamesi. E’ una discriminazione inqualificabile o dimenticanza inaccettabile o ignoranza grave.  Infatti il piffero e la zampogna non solo erano la strumentazione degli artisti girovaghi, degli emigranti ciociari, assieme appunto all’organetto diatonico e al tamburello, e lo sono ancora oggi dopo oltre due secoli in certe isole della Ciociaria, ma il destino vuole che siano proprio essi ad essere gli unici e soli strumenti musicali che hanno accompagnato gli esordi traumatici della emigrazione ciociara e di quella nazionale  dai paesetti sperduti delle Mainarde quali San Biagio Saracinisco, Picinisco, Cerasuolo di Filignano, Cardito di Valleroonda, Villalatina, qui completamente ignorati e oscurati a danno anche della verità storica. Non solo ma sono gli unici strumenti, il piffero e la zampogna, veramente noti,   i soli noti in tutto il mondo e presenti in tutti i musei del pianeta perché eternati nella pittura setteottocentesca per almeno centocinquantanni assieme al costume ciociaro.

L’altro slogan è che la iniziativa ha per finalità gli studenti e un pubblico generico, come a dire, secondo gli organizzatori, che tutte le omissioni, distorsioni, mistificazioni, banalità sono ammissibili e quindi normali. E’ un alibi inaccettabile e troppo comodo.
Qui si vuole sottolineare l’azzeramento culturale e storico della Ciociaria e dei ciociari  -li si chiamino anche laziali meridionali o come si vuole o frusinati- operato dagli organi dello Stato medesimo, vale a dire la distruzione della identità ciociara.

Altrettanto preoccupante a dir poco, per noi cittadini, è la completa assenza di reattivià da parte delle amministrazioni ciociare a tutti i livelli.
Tutto è perfino disperante. Come pure la completa e totale assenza di istituzioni e associazioni reali e fattive in Ciociaria sull’argomento emigrazione.

 

 prof. Michele Santulli


 

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