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Le mura ciclopiche di Arpino ... espropiate
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Non ci si deve spaventare a chiamare col giusto nome certe realtà che ci toccano tutti quanti come cittadini.  Tutta la Ciociaria Storica è ricca di Mura Ciclopiche o Pelasgiche o Megalitiche: a Norma, a Ferentino, a Anagni, a Atina e,  direi, soprattutto ad Arpino, dove se ne vedono in piedi molte e lunghe vestigia. Queste di Arpino, poi, evidenziano un’altra meraviglia dell’architettura antica di estrema rarità: il suo Arco a sesto acuto. Prima di passare a mostrare in quale stato di non-conservazione sono tenuti questi fantastici cimeli dalle autorità interessate, voglio solo rammentare che certe società  civili, mancando di  patrimonio d’arte,  addirittura se lo inventano   e essendo appunto civili e preparati, ne ricavano soldi e prestigio: si pensi che la Tour Eiffel è visitata ogni anni da ottomilioniemezzo di visitatori paganti, vale a dire che una buona fetta  di Parigi vive dei proventi di questo monumento. E  per carità di patria mi arresto con gli esempi e i raffronti. 
E qui ad Arpino, limitandoci alle sole Mura Ciclopiche, questa meraviglia della umanità? Si veda in che condizioni si trovano quelle esposte allo sguardo dei visitatori che vanno a Civitavecchia per ammirare anche l’Arco a Sesto Acuto: abbandonate, preda delle erbacce, vetture parcheggiate, in alcuni tratti si vede addirittura il cemento tra un blocco e un altro. Il cemento tra i blocchi delle Mura Ciclopiche! E’ arduo ad accettare da parte del visitatore. E dire che gli artigiani che le eressero venticinque-trenta  secoli or sono si fecero un motivo di eternità  lasciare ai posteri  un monumento del genere che si levava al cielo  per sola giustapposizione dei massi, senza malta o altro. Questo è il tratto ufficiale delle Mura Ciclopiche arpinati dove, se si esclude la targa ‘Mura Ciclopiche’, si offrono al  visitatore erbacce, macchine parcheggiate   e assenza   di un qualsiasi  elemento e struttura  e traccia che possa far  dedurre  una gestione turistica e di richiamo del forestiero, costante e affidabile, soprattutto consapevole.
Ma se si passa dall’altro lato delle Mura, quello cioè che inizia all’Arco e che è praticamente il tratto più lungo,  allora ci si para davanti una realtà  veramente  disperante: tale tratto in effetti è inaccessibile e invisibile  sia salendo dall’Arco, sia scendendo dall’Acropoli di Civitavecchia medesima, sia arrivandoci dalla Via Greca-Via San Girolamo( ammessane la viabilità!), sia anche da quel simulacro di strada, con relativi arredi, che è stata  costruita recentemente sulla Via del Cimitero per comodità di bisce e ramarri. Infatti  i sentieri  che pur  esistevano e che per secoli hanno  scandito il passaggio da una località menzionata all’altra, risultano semplicemente abbandonati, preda delle sterpaglie e degli spini e del degrado per cui sono quasi scomparsi,  per  gestione e manutenzione inesistenti!



Un percorso turistico del più grande richiamo e del più grande interesse, non affermo: unico al mondo, ma quasi,  nei fatti negletto e ignorato, sottratto al beneficio cittadino e altresì all’ammirazione del forestiero quando viene. Quindi tale lungo tratto delle Mura Ciclopiche, col tempo, grazie al mancato  intervento dei preposti alla loro cura e valorizzazione,  gradualmente sono diventate -come  documentano le recinzioni che si vedono- proprietà privata,  col risultato che sono, come detto, inaccessibili e invisibili sia dunque a seguito della scomparsa degli antichi sentieri e sia. perché in molta parte recintate da privati! Ma, si sa,  la barbarie non risiede nelle recinzioni bensì nella mancata cura  di un patrimonio del più grande significato.
Se si ha comunque il coraggio di avventurarsi in questo disastro urbano e ambientale  a dispregio, tra il tanto altro, anche  dell’art.9 della Costituzione in cui si legge che “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione”  partendo dall’Arco, (non ci sono altri accessi) allora ad un certo punto si riesce a decifrare un sentiero largo forse 80 cm   che conduce fino alle Mura ed esattamente ad una antica porta nelle Mura stesse, eccezionale, splendidamente conservata come quelle nelle Mura di Alatri ma quasi ostruita e impraticabile a causa dei massi caduti e ivi rimasti chissà da quanto tempo fino ad oggi, probabilmente l’unica porta originale e autentica, forse  addirittura sconosciuta agli arpinati stessi, ancora presente in tutto il tracciato delle Mura, che mette in comunicazione  -con grande vero pericolo di chi si avventura- due zone della città,  e, nei due  versanti, tutto in abbandono, in preda degli sterpi e degli spini e del più grande degrado. Non vogliamo menzionare i blocchi caduti per terra e  le piante vere e proprie che infestano le povere Mura Ciclopiche di Arpino.  Gli arpinati continuano a non vedere e a non sentire, parrebbe di essere tornati  ai tempi di Iannuccelli di quaranta anni fa, quindi si direbbe che non si rendono  conto del bene economico dal valore inimmaginabile che stanno accettando, masochisticamente, che venga tenuto in queste degradanti condizioni e che vada in rovina. Si costituisca un comitato e si lotti per il bene pubblico e per la civiltà. 
Sarà perché tenere pulito, rimettere in sesto i massi caduti, ripulire dalle erbacce, ridare splendore alle Mura di Arpino, manutenerle con regolarità,  costa troppo poco, perfino niente se si sensibilizza  uno sponsor ad occuparsene, sarà questa certamente una delle ragioni  determinanti del disastro.
Far venire il forestiero è cosa ardua, occorre capacità manageriale,  cultura, sensibilità, impegno costante e, naturalmente, avere da offrire e da richiamare. Arpino, ecco la nemesi, ha molto, moltissimo per richiamare e da offrire, come pochissime altre città italiane . Ma non si conosce, non si capisce e, peggio, non si apprezza e non si sa valorizzare e, peggio ancora, conservare, dagli arpinati stessi. Così è stato fino ad oggi. E così è. Ancora si ritiene di fare turismo solo con provolette e prosciuttelli.
Una provocazione: si diano le Mura in concessione a Tedeschi o Francesi, che saprebbero veramente come conservarle e valorizzarle, con vantaggio di tutti.
Michele Santulli


 

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