| Sparsa ac disiecta membra nel Sorano e nella Valle di Comino |
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![]() Dalla passione, amore e dedizione per la nostra terra, la dottoressa Alessandra Tanzilli, coadiuvata dalla bravissima Matilde Grimaldi, alla quale si devono le belle foto riportate nella galleria fotografica, ci presenta in esclusiva, una ricerca dedicata ad un aspetto particolare relativo alla costruzione di alcuni edifici nel sorano e nella valle di Comino. ... La storia antica vive nei lacerti di monumenti scomparsi ma riutilizzati in edifici più moderni: un’attenta ricognizione può però restituire un passato che si credeva ormai definitivamente scomparso. Ad esempio, come in altre abbazie benedettine, anche nella costruzione del monastero di San Domenico a Sora nell’XI secolo fu adottata la pratica del reimpiego di vicine rovine ; all’interno e all’esterno dell’edificio si distinguono infatti vari elementi architettonici ed epigrafi ; ancora all’inizio del ‘900, la contigua centrale idroelettrica fu edificata con blocchi decorati . Materiali “avanzati” al restauro degli anni ’90 si trovano nel cortile e nel prato dell’Abbazia: si possono notare un rocchio di colonna, una base modanata con due scanalature di ancoraggio dei perni di vincolo, sette frammenti del corpo cilindrico e della zoccolatura di un monumento funerario, alcune cornici curvilinee e modanate perfettamente adattate alle tre absidi: la sinistra poggia su cinque cornici, la centrale su nove - di cui una con kyma ionico (figg. 1-2) -, la terza su sei . Attraverso il rilievo della curvatura si possono ricostruire in via ipotetica almeno sette tombe cilindriche dal diametro di dimensioni comprese fra i 3 e i 10 m, erette nelle vicinanze fra il I ed il II secolo d. C. , secondo il modello, diffuso dall’Oriente ellenistico e imitato dal mausoleo di Augusto , costituito da uno zoccolo cubico e da un tamburo con interna camera sepolcrale, provvista di nicchie per le urne cinerarie . Altre membra sparsa ac disiecta nel monastero sono undici blocchi con fregi dorici e continui, un tipo di decorazione preferito nelle aree romanizzate per la capacità di coniugare linearità e modularità e di operare una mediazione fra la tradizione greco-ellenistica ed il realismo romano ; ad imitazione della consuetudine di appendere le spoglie di guerra all’ingresso della casa o sulla tomba del vir triumphalis, essi coronavano, stuccati e dipinti a colori vivaci, i monumenti funerari ad altare o “a dado”, costruiti sotto l’impulso urbanistico ed economico impresso dalla deduzione coloniale e dalla creazione di una nuova classe egemone in grado di acquistare terreni su fronte stradale, erigere e mantenere siffatti monumenti . Con il severus mos doricorum adottato da Augusto si intendeva celebrare la fusione delle virtù romane con le italiche, il rispetto della tradizione ed il senso delle origini comuni ripristinati dopo le guerre civili, soprattutto in Lazio e Campania . A Sora si conservano altri quattro fregi dorici ed uno continuo, quasi tutti in calcare locale . Si offre qui un breve repertorio fotografico dei fregi dorici e continui reimpiegati nell’Abbazia di San Domenico (figg. 3-4-5-6-7). Un lato di un monumento “a dado” in opus caementicium e blocchi di travertino rimane in piedi a San Domenico; dal prato è visibile il podio, con interno locus sepulturae; della camera superiore resta un lato e l’attacco delle pareti (fig. 8) . Ad un edificio simile possono appartenere il pulvino conservato nel museo sorano , ma anche il blocco, decorato da lesene con capitello a sofà, inserito nella diroccata chiesa di Santo Stefano a Vicalvi (fig. 9), insieme ad un blocco d’architrave con fregio dorico (fig. 10). Dall’area di San Domenico e dal monumento di un altissimo ufficiale dell’esercito romano provengono anche le statue loricate esposte nel museo di Sora , decorate da un gorgonéion che ricorre anche in un inedito capitello figurato conservato nel complesso della chiesa di Santa Restituta . (fig. 11) Altri reperti sparsi si trovano a Casalattico, dove furono riutilizzati intorno al X secolo nella costruzione del monastero benedettino di San Nazario , accanto all’antica via menzionata da un’iscrizione rupestre . I reperti, di pertinenza funeraria nonostante la segnalazione in loco di un’epigrafe sacra , sono un pulvino decorato da foglie (fig. 12), assai simile ad un altro poco distante (fig. 13) , un frammento di colonna in granito, una cornice modanata con kyma ionico e dentelli (fig. 14) , un frammento di blocco di architrave con fregio dorico (fig. 15) ; i materiali potrebbero appartenere ad un monumento funerario ad altare, coronato da pulvini, di cui si offre un’ipotetica ricostruzione integrando i materiali in esame (fig. 16). Nella metopa superstite è rappresentato con originalità un giovanetto in corsa ed intento a ruotare il cerchio con la bacchetta (fig. 17); l’agile ed efebica figura con grazia ed elegante dinamismo sfonda ed annulla i limiti imposti dai triglifi e dall’abituale ed enfatica frontalità. A lato, il rilievo evanido di un’ampolla, forse un lacrimatoio. Al collo del giovanetto la bulla, un pendaglio d’oro contenente amuleti contro il malocchio e donato al bambino nel dies lustricus, all’ottavo o nono giorno dopo la nascita, quando era purificato con la lustratio, un rito paragonabile al battesimo cristiano. Il monile era il signum libertatis o ingenuitatis fino all’assunzione della toga virilis o al matrimonio e serviva a distinguere i nobili dai coetanei di condizione servile, preservandoli da molestie sessuali, purtroppo riservate ai fanciulli di umili natali . Anche il cerchio, un giocattolo in costoso bronzo e fabbricato da artigiani specializzati, rivela l’agiatezza del ragazzo. Il rilievo dovrebbe quindi commemorare un nobile puer con un raffinato sperimentalismo plastico e con l’abolizione del consueto schema di trasposizione metaforica per cui gli oggetti identificavano il personaggio, la sua professione ed il suo ruolo: qui invece assume centralità la figura umana, consegnata al futuro nella sua dimensione ludica e illusoria. leggi e scarica articolo completo in pdf galleria fotografica ricerche e testo di Alessandra Tanzilli fotografie e disegni di Matilde Grimaldi |
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